Lo yoga è entrato nella vita di milioni di persone in tutto il mondo, trasformandosi in una delle pratiche più diffuse del nostro tempo. Contribuisce a migliorare la salute fisica, a ridurre lo stress, a offrire uno spazio di ascolto e di presenza. Eppure, nella sua diffusione, si nasconde un rischio tanto sottile quanto reale: quello di confondere la pratica dello yoga con la sua essenza. Chi si dedica con costanza allo yoga sa quanto la pratica possa divenire una bussola interiore. Tuttavia, non è raro osservare un fenomeno paradossale: la stessa dedizione quotidiana che dovrebbe sciogliere i nodi dell’ego finisce per alimentarlo. Alcuni praticanti, nel percorso verso la consapevolezza, sviluppano invece un senso di superiorità, di giudizio, di separazione. Si sentono legittimati ad alzare i toni, a dispensare consigli non richiesti, a definirsi “più yogi” di altri. Come se la disciplina fosse sufficiente a sancire uno stato di illuminazione. Questo atteggiamento è in realtà molto lontano dall’insegnamento autentico dello yoga. Il percorso yogico è fatto di integrazione, non di esclusione; di accoglienza, non di distinzione; di umiltà, non di perfezione esibita. Il rischio, quando la pratica non viene accompagnata da una profonda riflessione etica e relazionale, è di divenire assidui praticanti, ma inconsapevoli nella vita quotidiana. Come se il tappetino bastasse a fare di noi esseri migliori, dimenticando che il vero banco di prova è sempre la relazione con l’altro. C’è uno yoga che non si vede, eppure si sente. È lo yoga vissuto da chi non pubblica la propria pratica, da chi non esibisce le proprie posizioni, da chi non parla nemmeno di sé come “yogi”, ma vive lo yoga nel modo in cui guarda, ascolta, rispetta. È lo yoga delle parole misurate, della gentilezza nei momenti difficili, dell’empatia che si affina nel silenzio. Un respiro alla volta. Insegno e pratico da anni Yoga Accessibile, e questa è forse la più potente delle sue qualità: la capacità di ricordarci che poco può essere molto, che la profondità non si misura con la flessibilità del corpo, ma con l’autenticità dell’intenzione. Ogni gesto, ogni respiro consapevole può aprire uno spazio di verità. Non serve perfezione, serve presenza. E questo vale sul tappetino così come nella vita. Uno degli aspetti più trascurati dello yoga moderno è il valore della comunità. Nella tradizione buddhista si parla di Sangha, la comunità spirituale che sostiene, accompagna, riflette. Nella pratica yogica, la dimensione relazionale è altrettanto centrale. Non si cresce da soli: ci evolviamo nello scambio, nel confronto, nella capacità di discorrere senza prevaricare, di accettare senza giudicare, di mettere in discussione le proprie convinzioni senza perdere il centro. Essere parte di una comunità yogica non significa solo condividere una sala pratica, significa imparare a vivere lo yoga nella relazione con l’altro: con chi ha idee diverse, con chi è in difficoltà, con chi ci mette alla prova. La comunità diventa così uno specchio, uno spazio sacro dove la nostra coerenza viene messa alla prova — e dove possiamo scegliere, ogni volta, di tornare a praticare anche fuori dal tappetino. Allora, la domanda che possiamo porci con sincerità non è “Quanto pratico?” o “Quanto ho imparato?”, ma piuttosto: Lo yoga ci insegna che la trasformazione profonda avviene quando i gesti si fanno coerenti con le intenzioni, quando il corpo, il cuore e la mente si allineano non solo nella pratica, ma anche nella vita. Riflessioni su autenticità, ego e comunità
Quando la disciplina incontra l’ego
Lo yoga invisibile
Sangha: la pratica nella relazione
Praticare davvero
“Come mi relaziono con chi mi è accanto? Riesco a comunicare con rispetto? Riesco ad ascoltare prima di rispondere? Riesco a lasciare spazio senza voler avere ragione?”
Perché in fondo, yoga è unione. E l’unione non si dichiara, si vive.